Comprendere o riconoscere?

Comprendere o riconoscere? Quanti di noi ne conoscono la profonda differenza? Una differenza che è celata dal nostro ego che cerca in tutti i modi di nasconderci la verità. Tanti praticanti di arti marziali credono che aver visto una tecnica significa padroneggiarla, padroneggiare qualcosa significa averla realizzata e per realizzare qualcosa bisogna praticare ad oltranza, questa è la semplice verità dura da digerire per il nostro pigro ego. Questo purtroppo non è solo un problema dei “praticanti” di arti marziali ma anche e soprattutto dei seguaci di una qualsiasi disciplina meditativa e/o filosofica. Ci si accultura e questa cultura ci fa credere di aver realizzato, è solo una scappatoia della mente, perché realizzare veramente è cosa dura e semplice allo stesso tempo, conoscere il canone buddhista o le sue teorie non significa essere buddhisti, laddove non sempre essere buddhisti significa aver realizzato la buddhità. Non è necessario raggiungere il nirvana, è necessario comprendere appieno  il mondo fenomenico senza giudicarlo, comprendere che tutto questo mette in moto forze enormi e allora qualcosa che può sembrare statico, a colui che ignora, invece è velocissimo ed è già realizzato.

Antonio De Vivo

L’ARTE DI INTERCETTARE IL PUGNO

 

“Non ho inventato nulla di nuovo”, affermò a suo tempo Bruce Lee, infatti in tutte le discipline marziali si crede di possedere la risposta a tutto e ogni disciplina  tende ad impartire una conoscenza fissa  che poi l’allievo dovrà sviluppare per portare tale conoscenza al punto di libera e personale espressione. Quanto sopra descritto è proprio quello che fece il fondatore del Jeet Kune Do.

I vari grandi maestri di arti marziali hanno a suo tempo creato qualcosa di nuovo e di vivo ma i loro allievi hanno poi  in seguito mutato il sistema appreso, molto spesso deviandolo dalle intenzioni originali del fondatore, questo potrebbe anche andare bene poiché l’evoluzione è nel processo naturale delle cose ma si dovrebbe, per correttezza, dare un nome diverso a ciò che è stato oggetto di mutazione.

Certo “un nome è solo un nome” ma allorquando questo nome viene dato servirà a dare una identità a quello che si sta facendo, a quello che si sta praticando o insegnando poiché nel nome è già impressa la caratteristica principale dell’arte e il Jeet Kune Do non fa eccezione.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Jeet Kune Do, come dice il nome stesso, è l’arte di intercettare il pugno, allora tutta la nostra attenzione, tutti gli allenamenti dovranno tendere a far realizzare quest’idea. Intercettare il pugno significa realizzare che stiamo per subire un attacco e che dobbiamo fermare quest’ultimo prima che venga portato, lo si potrà anticipare o stoppare, semplice!!!

In realtà però questa semplicità ha un costo considerevole, essere essenziali e spontanei è un punto di arrivo il cui raggiungimento è alquanto difficile, non per la complessità delle cose da imparare o dall’elevato numero di tecniche da allenare ma per la grande dedizione che si deve avere nella ricerca del gesto perfetto.

Ma cosa significa semplice e diretto?

Colpisci il bersaglio più vicino a te, può essere il ginocchio, allora perché colpire la faccia? Questa è la via alla semplicità, il jkd è la via per uccidere il proprio ego. Quando si fanno dei seminari o semplicemente lezione per far colpo sugli allievi si lascia grande spazio alla creatività via via rendendo sempre più complicate le soluzioni che diverranno sempre più spettacolari ma sempre più lontane  dalla reale applicazione da strada.

C’è l’arte fine a sé stessa e c’è l’arte finalizzata all’applicazione reale, c’è lo zero di Giotto e c’è  un quadro di Picasso, probabilmente lo zero di Giotto non è così artistico ma lascia intravedere la grande tecnica e precisione del suo creatore in modo semplice e diretto appunto. Diretto: il colpo va dal punto a al punto b in modo diretto; Semplice: un pugno o un calcio senza fronzoli seguendo la linea più diretta possibile verso il bersaglio più vicino, qualunque esso sia e se sono semplice e diretto e ho affinato al massimo la mia tecnica questa non sarà intercettata.

Questa cosa dovrà essere estesa anche a livello emozionale, neanche l’emozione deve essere intercettata.

Tutto questo è contenuto nel nome Jeet Kune Do ma tutto quanto questo è parte importante di tutte le discipline che contemplano la difesa reale da strada, tutte quelle discipline che mostrano un grado di elaborazione molto alto sono discipline che nascono o che si sono sviluppate con un intento diverso da quello di cui sopra, infondo l’arte marziale vera non deve differire  troppo  nel tipo di allenamento da quello degli sport da combattimento, nel karate sportivo si allenano tre o al massimo quattro tecniche, volendo esagerare, nella boxe è lo stesso, l’economia del movimento è necessaria per essere più veloci e diretti ma è indispensabile per non sprecare inutilmente energie preziose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La differenza tra l’arte marziale vera, nel Jeet Kune Do in modo specifico, e gli sport da combattimento è solo data dai diversi obiettivi, lo sport da combattimento è racchiuso in un regolamento messo a punto per limitare al massimo i danni agli atleti, nell’arte marziale vera questo non esiste e si alleneranno con la stessa intensità quelle tecniche proprio  vietate nelle competizioni sportive.

I concetti fondamentali del JKD, come abbiamo visto, sono: semplicità, immediatezza e economia di movimento ma alcune scuole si stanno discostando molto da tutto questo aumentando a dismisura il numero di modi con cui fare sfoggio delle loro arti marziali mixate sotto il nome di Jeet Kune Do facendo collezione di strumenti anziché ridurli all’essenziale allontanandosi sempre più dall’obiettivo di adottare una via più semplice e diretta.

Bruce Lee diceva che infondo già si era in possesso degli strumenti necessari e che erano quelli appresi dal proprio stile classico ma che era poi necessario mettere questi strumenti alla prova e scoprire ciò che ci è utile o no.

Abbandonare ciò che è inutile significa eliminare i movimenti non essenziali. Ciascuna arte marziale possiede delle parti utili altrimenti non esisterebbe di fatto nessuno stile e nessuna disciplina, ma tanti insegnanti che si definiscono seguaci di Bruce Lee in realtà stanno attingendo ad più arti diventando di fatto più collezionisti che combattenti.

Nel Jeet Kune Do non si deve aggiungere ma minimizzare, si tratta di eliminare l’inessenziale, dunque non è una crescita giornaliera ma di una diminuzione costante.

C’è da fare però una importante considerazione, Bruce Lee non trasmise ai suoi seguaci ciò che aveva ottenuto per sé poiché quello che aveva ottenuto era assolutamente qualcosa di personale, ma i metodi con cui arrivare a realizzare l’arte cioè per mettere alla prova gli strumenti già in nostro possesso.

Dunque questo è l’aspetto più difficile da comprendere e che ha scatenato così tanta confusione nel mondo del Jeet Kune Do, Bruce Lee non volle trasmetterci il risultato della sua personale ricerca, altrimenti si parlerebbe di stile e noi sappiamo che il JKD rifugge da questo concetto, egli desiderava piuttosto che ciascuno dei suoi studenti trovasse da sé la propria strada all’essenzialità. La confusione nasce proprio qui dando adito a tanti praticanti di cercare sempre nuovi strumenti senza avere poi mai la possibilità di verificarli sul campo, se si vuole testare in qualche modo l’efficacia nei propri mezzi bisogna testarli, per testarli c’è lo sparrig, cui Lee dava molta importanza, o affrontare un vero combattimento, solo così sarà possibile scoprire ciò che realmente è utile o no, solo in questo modo si potrà realizzare che imparare tante discipline e mixarle non è così utile al combattimento che di per sé è essenziale, avete assistito a qualche competizione, avete fatto mai sparring o assistito ad una zuffa per strada? Ebbene quante possibilità avete scorto nell’applicare infinite varianti durante questi confronti? Tre pugni, due calci, schiaffi e poi magari a terra, ma tutto molto semplice e veloce, non c’è tempo per pensare, tutto accade in modo molto violento e repentino dunque tutto deve essere studiato tenendo presente queste verità e il Jeet Kune Do di Bruce Lee è proprio la disciplina che contempla queste verità nel suo seno, queste verità sono racchiuse tutto proprio all’interno del suo nome il JEET KUNE DO ovvero l’arte di intercettare il pugno.

 

Antonio De Vivo

Esiste una disciplina superiore ad un’altra?

Come si può raggiungere la conclusione che esistono arti migliori di altre? Bisognerebbe portare delle prove, scientifiche, storiche, pratiche altrimenti si scade in qualcosa di estremamente puerile. Il discorso sulla differenza che intercorre tra una disciplina e un’altra è molto complesso. Cominciamo con togliere da mezzo tutte quelle discipline che hanno subito una mutazione durante quest’ultimo secolo, discipline che sono mutate senza tener conto del combattimento reale, quelle discipline che con lo scopo di modernizzarsi e di diffondersi hanno perso la loro peculiarità. Ora fatto tutto questo rimangono le discipline pure, cioè quelle nate da una reale esigenza di difendersi, quelle che servivano a portare realmente la pelle a casa, ebbene credete che da questo punto di vista il kung fu cinese sia superiore al karate di okinawa o alla boxe birmana o al kalari payat ecc.? Se queste discipline sono nate non è per scopi mercenari né per portare a casa qualche trofeo, esse si sono sviluppate in modo diverso (anche se poi ci sono state le influenze per ognuna di esse che hanno fatto si che ognuna attingesse da un’altra) a causa della diversa struttura fisica di ciascun abitante di una differente area geografica, zone montuose, zone pianeggianti, zone marittime, contadini, cacciatori ecc. ogni arte si è formata tenendo presente queste differenze, per cui non esiste un’arte superiore ad un’altra ma esiste un uomo che è riuscito a far sua l’arte giusta, puoi far schifo nello jujitsu ma potresti magari essere un campione nella thai. 

L’uomo al centro di tutto……

rispettare il pensiero di Lee, soprattutto, o di chiunque altro, significa renderlo vivo ed approfondirlo, non applicare alla lettera a prescindere. Lee metteva l’uomo al centro di tutto e dunque era per questo che insisteva verso il disconoscimento di dogmi e di stili, ma in realtà il suo intento era quello di rompere una tendenza che si stava verificando (e che si verifica tutt’ora) e cioè praticare le arti marziali accettando incondizionatamente quello che diceva il guru di turno e accettando i dogmi dello stile praticato non rapportandolo alla propria persona. Probabilmente parecchi di voi penseranno che io sia blasfemo in questo momento ma in realtà le arti marziali bisognerebbe viverle non scimmiottarle. Il Jeet Kune Do è uno stile eccome, solo che non è uno stile nel senso classico del termine, Lee voleva dire che io suo era uno “stile non stile” proprio per il motivo descritto prima, e pensando solo al discorso del “non stile” molti ci marciano facendo i cavoli loro, facendo tutto meno che JKD. Ma questo lo fanno anche i cosiddetti puristi andando da un estremo all’altro pensando di avere la verità solo dalla loro parte. la verità è in ciascuno di noi non in una sola persona, manco in Lee stesso, infatti è per questo che non voleva farsi chiamare maestro, non voleva farsi chiamare maestro perché ognuno di noi, per quanto detto da me prima, è il maestro di sé stesso e deve modellare il tutto considerando sé stesso e non il suo maestro o il suo stile, in ultimo non voleva farsi chiamare maestro perché a quel tempo (ma pure al giorno d’oggi) tutti si facevano chiamare maestro sfoggiando dan a iosa, e per questo sfotteva i gradi e le cinture. Bisogna realmente capire il senso delle cose calando il tutto nel contesto giusto non leggere alla lettera….pure la bibbia è così.